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io sposa 2Caterina Guerrieri, ideatrice e promotrice dell'evento di proiezione del film "Io sto con la Sposa", ci racconta come è andata e come è nata questa idea.

Proiezione cinematografica promossa dall’Associazione Link in collaborazione con il Circolo delle formiche, il 14 marzo 2015, al Cinema Grande di Altamura. Una proiezione, inoltre, è stata prevista per le alcune classi del Liceo Scientifico “Federico II di Svevia”, seguita dalla testimonianza di due rappresentanti della fondazione “Città della pace per i bambini- Basilicata”: il direttore Valerio Giambersio e la responsabile fundraising Carolina Golisciano.

La storia esiste solo se qualcuno la racconta, scriveva Tiziano Terzani, grande pensatore e scrittore, ma soprattutto grande viaggiatore e scopritore di culture nuove, quelle con le quali ha condiviso gran parte della sua vita.

Questa è la prima frase che mi viene in mente, pensando al film “Io sto con la sposa”, un film che ho visto in Francia nel maggio 2015, a Dinan, in Bretagna. È stato lì che (grazie all’associazione Link), ho vissuto per sette mesi della mia vita, il mio servizio di volontariato europeo.

Quando sono partita non sapevo cosa mi avrebbe riservato questa esperienza. Solo adesso, a distanza di più di un anno posso iniziare a tirare le somme di un viaggio che mi ha portata a confrontarmi con un’altra cultura, un’altra lingua, nuove abitudini, e che forse non è ancora finito.

Il film invece, è la storia di un altro viaggio, di tutt’altro genere rispetto al mio, ma che come tutti i viaggi è la ricerca di qualcosa.

io sto con la sposa 3

È uscito nelle sale cinematografiche nell’ottobre 2014 e tratta i temi dell’immigrazione e della libera circolazione delle persone. Protagonisti di questa storia cinque fra palestinesi e siriani in fuga dalla guerra, sbarcati a Lampedusa, “scortati” da un gruppo di italiani, in un viaggio che muove da Milano alla volta di Stoccolma.

E’ “la storia vera di un finto matrimonio”, come gli autori stessi amano definirlo.

E’ una storia vera perché è un film documentario: un racconto in presa diretta di 3mila km e quattro giorni per le strade d’Europa.  

Finto matrimonio perché, per affrontare questo cammino, i protagonisti inscenano un corteo nuziale, con tanto di sposa, sposo e invitati. Questo escamotage, servirà ad eludere i possibili controlli lungo la strada evitando di farsi arrestare come clandestini e trafficanti di clandestini. “Chi mai fermerà una sposa?” viene da chiedersi.

Ma questa non è solo una bella storia ben raccontata di un’avventura vissuta nel novembre 2013, è anche una favola di disobbedienza civile (con tanto di principessa). È la storia di chi si fa beffe delle frontiere imposte dall’Europa e delle sue leggi, dando ascolto solo alla propria legge morale, quella libera da ogni condizionamento esterno. E’ la storia di chi è in fuga dalla guerra, ma è anche la storia di Gabriele, Kaled, Antonio (registi del film) e di tutti coloro che hanno accompagnato queste persone.

Vi chiederete: perché un film del 2014 risulta adesso ancora necessario e attuale?

Potrei rispondere che, prima di tutto le guerre non sono ancora finite: in Siria, Iraq, Sinai egiziano, Palestina, Libia, Yemen, Somalia, Nigeria, Afganistan (solo per citarne alcune) la gente continua a morire. In più, rispetto al 2014 si è acuito il dramma dei migranti che muoiono non più solo nel Mar Mediterraneo, ma anche nel Mar Egeo, e contemporaneamente in Europa ricompaiono il filo spinato e i muri, ultimo quello tra Grecia e Macedonia, come ce ne sono altri in Ungheria, Austria, Calais, Ventimiglia ecc.

Ma saranno i muri a fermare il flusso migratorio? Io credo di no. I migranti troveranno nuove rotte e nuovi tragitti e imbracceranno i loro personali remi per farne ali al folle volo.

E quando le guerre finiranno allora milioni di rifugiati lasceranno l'Europa, la Turchia, il Libano e la Giordania per la loro amata terra. I nostri muri però sopravviveranno al loro ritorno. E ci ritroveremo soli tra il filo spinato e le fosse comuni a ripassare una mappa di vecchie frontiere che solo col senno di poi ci appariranno per quello che sono davvero: ferite. Ferite di ideali traditi. Ferite che non guariranno in fretta o, forse, non guariranno affatto (scriveva Gabriele Del Grande qualche giorno fa’).

Ci sono molte cose degne di nota in questo film, a mio parere due più di tutte.

Una è la PARTECIPAZIONE, quella di 2617 finanziatori che hanno reso possibile la realizzazione di questo film contribuendo economicamente alla produzione e rendendosi complici di questa avventura.

L’altra è il SOGNO, il sogno di costruire un’Europa diversa, transnazionale e solidale, senza frontiere, con la cosciente audacia di chi ha deciso da che parte stare: la parte del sogno, appunto.

C’è un’altra parte del racconto che merita di essere raccontata, per essere riconosciuta anch’essa come vera ed esistente. È la storia di come ho conosciuto questo film. In parte l’ho già accennata sopra, ma manca l’antefatto.

Qualche anno fa avevo incontrato Gabriele ad Altamura. Era in corso un convegno sui C.I.E. e lui era stato invitato come relatore, essendo il fondatore di Fortress Europe, l’osservatorio web dedicato alle vittime dell’immigrazione lungo le frontiere europee. All’epoca non aveva ancora girato il film. Non lo sentii parlare a qual convegno, perché la notte precedente al suo intervento la sua prima bimba aveva deciso di venire al mondo (con un po’ di anticipo). Lo accompagnammo velocemente in aeroporto. Credevo che non l’avrei più incontrato, malgrado l’arrivederci finale scambiatoci chiudendo lo sportello dell’auto.

Ma a questo punto la storia ci sorprende, e a distanza di due anni, ho incontrato di nuovo Gabriele, con la sua bambina, quella che due anni prima aveva fatto correre il suo papà a prendere il primo volo per Milano, quella bimba alla quale ora, il suo papà imboccava a cucchiaini la parola “babbo” (da bravo toscano).

Racconto questo episodio un po’ perché mi fa piacere raccontarlo, e poi perché mi viene in mente una cosa che forse verrebbe in mente a chiunque: “quanto è piccolo il mondo!”.

Insomma, Altamura non è Milano e Dinan non è Parigi. Quante probabilità c’erano di rincontrarsi? Non ho risposto a questa domanda e non credo sia importante farlo.

E’ importante però, sapere che il mondo non è poi così grande e che non possiamo dire che ci siano cose che non ci riguardino solo perché sono lontane da noi, che non siamo mai esenti dalla responsabilità perché quello che accade, accade dall’altra parte del mondo. Prima o poi, a qualcuno capita di ritrovarsi faccia a faccia con quel mondo piccolo e grande allo stesso tempo.

Devo a Gabriele la capacità di avermi fatto emozionare e commuovere, e di avermi fatto capire che commuoversi è bello, ma è importante andare oltre la commozione, perché la commozione autoassolve.

Ho cercato di sdebitarmi con lui in questo modo dando la possibilità a qualcun altro di commuoversi come è successo a me, e (spero) di andare oltre. Ho condiviso questo film con la mia città, e uso il termine condiviso non a caso. In questo periodo in cui tanto si abusa di questa parola ci tengo a fare una differenza tra la condivisione virtuale e quella reale, sperando che la mia risulti in questo modo più concreta rispetto alla costrizione e povertà ai quali i social network ci hanno abituato.

Cosa ho imparato da questo film? Sicuramente che la sposa ha sempre ragione.

Noi siamo con la sposa, voi da che parte state?