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volontariatoQuando sono partita per due mesi di volontariato ad Ankara presso Ander, non immaginavo quanto profondamente questa esperienza avrebbe inciso sul mio mondo di vedere il mondo e me stessa.

 

Gennaio e febbraio sono stati un intreccio di scoperte quotidiane, sfide, nuove amicizie e piccoli gesti che, messi insieme, hanno costruito un percorso umano intendo e trasformativo.

Sin da subito, bere un’imbarazzante quantità di çay è diventata una quotidianità talmente normale che, già al terzo giorno, avevo smesso di contarli. All’inizio la città mi sembrava gigantesca, un po’ caotica e per niente simile all’immagine che avevo nella mia testa, basata esclusivamente su foto della Cappadocia all’alba. Eppure, nel giro di poche settimane, quel caos ha iniziato a sembrarmi familiare, forse perché camminavo con un simit in mano e con in borsa l’Ayran, come un’abitante del posto, Ankaranonostante ogni volta che entrassi in un negozio e qualcuno iniziasse a parlarmi in turco, io sapessi solo dire “Merhaba” (ciao) e “Teşekkürler” (grazie), sorridendo come se capissi. Qui la cultura non la studi, ti travolge.

Il progetto di volontariato mi ha catapultata in un ambiente fatto di studenti turchi curiosi, volontari provenienti da ogni parte del mondo e conversazioni improbabili negli Speaking Club, dove era impossibile non imparare qualcosa sulla cultura locale e sugli altri. Parlare, confrontarmi, lavorare e condividere momenti con persone di culture, religioni e abitudini diverse mi ha aperto a nuovi modi di vivere e di vedere il mondo, rendendomi più flessibile e curiosa. Ho scoperto che si può parlare di stereotipi culturali mentre si arrotola una sciarpa fatta durante un workshop, che una domanda casuale può trasformarsi in un dibattito filosofico e che i Cultural Days sono un ottimo modo per capire quanto poco in realtà sappiamo sugli altri Paesi e che, molte volte, ciò che sappiamo è completamente errato. volontariato 2Come gli stranieri che credono davvero che in Italia si mangi pizza ogni giorno… (spoiler: no, non è vero, anche se non sarebbe male), e che la si mangi con il ketchup; oltre al fatto che pensano che, se ordino un latte al bar, ti portino un cappuccino.

A un certo punto è arrivato anche il mio debutto come insegnante presso l’Altındağ Anadolu İmam Hatip Lisesi. Niente mi aveva preparata allo sguardo di trenta studenti che aspettano che tu dica qualcosa di intelligente, e per giunta in un’altra lingua. Parlavamo in inglese, improvvisavo per la maggior parte del tempo e, incredibilmente, spesso funzionava. I ragazzi mi salutavano nei corridoi, mi chiedevano dell’Italia, mi portavano bigliettini con frasi di apprezzamento e mi chiedevano l’autografo come se fossi famosa. Mi sorprendevo di quanto una versione di me stessa più sicura e più elastica stesse prendendo forma.

Poi c’era il food packing alla LÖSEV, una Fondazione per i bambini con leucemia e le loro famiglie. Questa è stata l’attività che mi ha mostrato la versione più luminosa dell’umanità: arrivavo all’appuntamento e trovavo decine e decine di giovani pronti ad aiutare senza fare una piega, un sabato mattina presto, mentre io lottavo ancora per aprire gli occhi. Indossare il gilet arancione, riempire pacchi di cibo per famiglie che non avrei mai incontrato ma alle quali mi sentivo connessa… mi ha fatto sentire utile, leggera, parte di qualcosa di più grande. Lì ho capito che la generosità può essere quotidiana, semplice e naturale.

In mezzo a tutto questo, ho iniziato a trovare un ritmo: insegnare, preparare workshop, gestire attività, discutere idee, sbagliare parole turche per la mia pronuncia completamente errata e riderci su. Ankara stava diventando più di una città, un terreno di addestramento alla vita adulta, ma con molto più çay.

E sempre con una costante: i carboidrati. Da vegetariana, finivo immancabilmente a fare il pieno di volontariato 3deliziosi carboidrati come gözleme, börek, Çikolatalı Açma… una specie di “dieta turca obbligatoria” che trasformava ogni pasto in un piccolo peccato di gola, ma inevitabilmente parte integrante della mia immersione nella vita quotidiana di Ankara.

Nel frattempo, continuavano i miei approfondimenti sulle tradizioni locali. Ho passato serate nelle game rooms a giocare a 101 Yüzbir Okey, circondata da persone che sembravano esperte da generazioni. La musica tradizionale in sottofondo, il fumo di sigarette nell’aria, il continuo tintinnio di bicchieri di vetro, tutti a bere çay come se fosse ossigeno… sembrava un film e io ero dentro.

E a proposito di rituali: ho scoperto la magia del tipico kahvaltı, la colazione turca. Un pasto che è una dichiarazione di intenti: non esiste “mangio solo un biscotto”. No. Si tratta di un banchetto con formaggi come beyaz peynir e kaşar, olive nere e verdi, pomodori e cetrioli freschi, miele con kaymak, marmellate e vari tipi di pane come simit, poğaça o pide, accompagnati da uova (compreso il mio adorato menemen)… e ovviamente çay. Dopo un mese in Turchia, capisci che la colazione è una filosofia di vita e devo dire che l’ho adorata.

Nel tempo libero ho esplorato la Turchia con quella fame da turista fuori tempo massimo, muovendomi tra Istanbul, Izmir, Konya, Cappadocia e altre città, vivendo una quotidianità che sapeva di magia e tutto ciò con il mio livello di turco A1, nonostante le lezioni dell’associazione.

WhatsApp Image 2026 02 26 at 13.13.57I miei viaggi mi hanno permesso di vedere mille sfumature della cultura turca: la generosità, come anche su un autobus da dieci euro ti offrano sempre almeno due tazze di caffè o çay, acqua e qualche stuzzichino; le canzoni tipiche con strumenti che evocano sensazioni mistiche; le moschee, dove ho imparato il rituale dell’ingresso: togliersi le scarpe, coprirsi il capo e muoversi sul morbido tappeto. Ho visto i mille bazaar dove puoi trovare di tutto, tra urla dei proprietari e colori caldi, e notato come la bandiera turca e i ritratti di Atatürk siano ovunque, onnipresenti e imponenti.

Questa esperienza mi ha insegnato tanto sulle persone, sulle tradizioni, sui cibi che diventano ricordi indelebili e, più di tutto, sull’importanza di aprirsi a ciò che è diverso da noi. Tornare a casa non significa lasciare Ankara alle spalle: significa portare con me tutto ciò che ho vissuto, imparato e condiviso, e continuare a guardare il mondo con occhi un po’ più consapevoli e aperti.

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