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dio.jpgQuesta mobilità del progetto Refore è stato un viaggio itinerante che ha ripercorso i passi di una donna immaginaria di nome Maria, esiliata a causa della guerra civile in Spagna.

Quindi attraversando Terrassa, Barcellona, Argelès-sur-mer, La Jonquera ed Elne, l’obiettivo è stato avvicinarsi a realtà distanti di cui si parla decisamente poco per sottolineare l’importanza della memoria e della storia. 


Lavoro di gruppo sulle tracce di Maria Cornell Ginel, foto di Alice Rapolla

Il nostro percorso è iniziato dove tutto ha avuto origine: a Barcellona. Camminare per la città oggi non significa solo ammirarne la bellezza, ma saper leggere i segni del passato. Un esempio è quello della chiesa di San Felipe Neri: sulla sua facciata sono ancora visibili le "cicatrici" di un’esplosione, un monito silenzioso della violenza subita dalla popolazione civile.

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La facciata della chiesa di San Felipe, Foto di Kristina Rapisarda

A Terrassa, abbiamo invece scoperto il "dietro le quinte" della memoria. Visitando gli archivi cittadini, abbiamo capito come il lavoro certosino sui documenti permetta di ricostruire vite intere. Qui la storia si tocca con mano: tra i pezzi rari conservati grazie alle donazioni dei cittadini, abbiamo ammirato persino una pergamena dell’VIII secolo d.C.

 

Il quarto giorno abbiamo raggiunto il confine. La Jonquera non è solo un punto di passaggio tra Catalogna e Francia; nel febbraio del 1939 fu l'ultima speranza per chi fuggiva dal regime franchista.

 

Qui sorge il MUME (Museu Memorial de l'Exili), uno spazio che usa la fotografia come un'arma di verità. Tra le immagini più toccanti, spicca quella del fotoreporter Agustí Centelles: una donna che piange il marito ucciso.

Una curiosità incredibile: questa foto rimase nascosta per decenni. Centelles, prima di essere internato, affidò i suoi rullini a una famiglia francese con una promessa: non aprirli fino alla fine della dittatura di Franco. Solo negli anni '70 quel dolore è tornato alla luce, permettendo a un uomo di riconoscere, tra le lacrime, il volto di sua madre in quella foto.

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Foto scattata all’interno del MUME di Alice Rapolla

Dalla teoria siamo passati alla pratica raggiungendo la spiaggia di Argelès-sur-Mer, dove un tempo sorgeva un campo di concentramento. Oggi è un luogo di pace, ma camminare su quella sabbia sapendo cosa ha rappresentato per gli esiliati cambia profondamente la prospettiva.

 

L'ultima tappa è stata Elne, per scoprire la storia straordinaria di Elisabeth Eidenbenz. In un'epoca di oscurità, Elisabeth trasformò il castello di Bardu in una "Maternità Svizzera". Elisabeth Eidenbenz non è stata solo un'infermiera, ma una figura di straordinaria fermezza morale che ha operato in una zona grigia della legalità per proteggere la vita umana. La sua missione a Elne iniziò quasi per caso: inizialmente inviata dall'Associazione Svizzera per i Bambini Vittime della Guerra, si rese conto che i neonati dei profughi spagnoli morirono nei campi di internamento francesi a causa delle condizioni igieniche atroci. Qui il castello di Bardu a Elne divenne un'oasi protetta dalla bandiera della Croce Rossa, in cui le madri non ricevevano solo cure mediche, ma potevano vivere la maternità con umanità, lontano dal filo spinato dei campi di concentramento. 

La storia di Eidenbenz cadde nell'oblio, per via del suo contributo per proteggere l'identità dei bambini e delle madri ebree per evitare che venissero deportati verso i campi di sterminio diventando, secondo la croce rossa, "di parte" nella guerra. Elisabeth non si limitò ai profughi spagnoli, ma protesse anche madri e bambini ebrei dalle deportazioni, agendo in una zona grigia della legalità per salvare vite umane.

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Placa del milicia desconogut, foto di Nicola Lomurno

Il progetto Refore non è stato solo un viaggio geografico, ma un percorso di empatia. Visitare questi luoghi ci ricorda che la memoria non è un esercizio accademico, ma un compito collettivo. Documentare e raccontare serve a spargere consapevolezza e a nutrire quella solidarietà che oggi sembra scarseggiare. Agire nel piccolo, parlare a voce alta di queste tematiche, è l'unico modo per provocare un cambiamento reale.

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Il team Refore con le magliette del progetto, foto di Nicola Lomurno