I partecipanti allo scambio Earth in Focus ci raccontano la loro esperienza islandese.
Tutto è iniziato con una rotta tracciata da Altamura verso Reykjavik.
Il 16 marzo 2026 siamo partiti in cinque, carichi di aspettative, per immergerci in dieci giorni di volontariato con SEEDS: un’esperienza che è andata ben oltre il semplice viaggio. Siamo tornati il 28 marzo con un bagaglio che pesa il doppio, ma a renderlo così pesante non sono stati solo i souvenir, bensì la consapevolezza di aver lasciato indietro un pezzo del nostro cuore.
Siamo partiti con la curiosità di chi va a scoprire l’altro capo del mondo, ma siamo tornati con la strana e bellissima sensazione di aver trovato una seconda casa nel cuore di Reykjavik.
Vivere insieme, nel parco botanico, con ragazzi provenienti da Portogallo, Ungheria e Taiwan ci ha insegnato che i confini esistono solo sulle mappe. Tra le mura di SEEDS, la nazionalità è diventata un dettaglio irrilevante di fronte alla semplicità dei gesti quotidiani condivisi: durante il volontariato, il concetto di “nazione” ha lasciato spazio a quello di “umanità”.
Ci si può sentire a casa anche a migliaia di chilometri da Altamura, perché esiste un’intimità che nasce solo quando sei lontano da tutto ciò che conosci.
E non serve nemmeno parlare la stessa lingua per capirsi, quando si condividono la fatica di una giornata o il profumo di una cena improvvisata.
Lì, in un angolo di Reykjavik, abbiamo capito che l’appartenenza non è scritta su un documento. Non eravamo più “stranieri”: eravamo semplicemente persone. E quei sorrisi, nati tra la stanchezza e la gioia, rimarranno incisi nei nostri cuori oltre ogni distanza, diventando la nostra nuova lingua universale.
Il progetto, chiamato EARTH IN FOCUS, ha l’obiettivo di sensibilizzare i partecipanti sul cambiamento climatico e sull’impatto dell’inquinamento sul nostro pianeta attraverso la fotografia, affinché questi valori possano essere diffusi.
Il fulcro del progetto non era solo scattare foto, ma imparare a osservare. Attraverso la fotografia abbiamo esplorato il cambiamento climatico e il respiro affannoso della nostra terra. I workshop non ci hanno insegnato solo la tecnica, ma anche l’empatia: a non cercare lo scatto “da cartolina”, bensì a cogliere la fragilità nascosta dietro la maestosità di un ghiacciaio.
Abbiamo lavorato in team internazionali, cercando un linguaggio comune che andasse oltre le parole: le immagini. Abbiamo usato l’obiettivo per dare voce alla Terra, trasformando i dati sul cambiamento climatico in fotografie capaci di scuotere le coscienze. Ogni scatto è diventato un modo per raccontare la fragilità della natura e l’urgenza di proteggerla.
Ciò che ci ha segnato profondamente è stata la verità dell’esperienza. Non c’erano libri, non c’erano banchi, non c’erano esami: gli organizzatori ci hanno semplicemente messi faccia a faccia con la realtà.
Visitando le meraviglie dell’Islanda del sud, davanti alla perfezione millenaria della natura, il pensiero della sua possibile fine arrivava da solo, spontaneo e doloroso. Abbiamo sentito quel nodo in gola che nasce quando capisci che quella terra ti appartiene e che, in quanto sua parte, hai il dovere di difenderla.
Oggi, quella nostalgia che ci morde non è solo tristezza per un viaggio finito: è la prova che l’Islanda ci ha cambiati. Siamo tornati ad Altamura senza aver seguito una “lezione” tradizionale, eppure ci sentiamo più pronti che mai a difendere il nostro pianeta.
Oggi non portiamo con noi solo il ricordo di quei luoghi, ma anche l’urgenza di proteggerli. Portiamo il calore di relazioni autentiche e la certezza che la fotografia, quando nasce da un’osservazione profonda, è uno degli strumenti più potenti per scuotere le coscienze.
Porteremo per sempre con noi quei sorrisi e il calore di quegli abbracci internazionali che sanno di famiglia.
Grazie a
Lola, Kaspar, Margarita, Leo, Adam, Ákos, Bori, Panna, Dorka, Tiago, Francisco, Carolina, Sara, Yu-rong, Antonella, Francesca, Francesco, Giuseppe, Domenico, Esther
