Pubblichiamo un report del gruppo che ha partecipato allo scambio Under Construction Identity che si è svolto in Serbia dal 12 al 20 maggio.
Dal 12 al 20 maggio, un gruppo di partecipanti, tra i 16 e i 24 anni, ha preso parte allo Youth Exchange “YE – Under Construction Identity” ospitato a Šabac (Serbia) dall'associazione Udruženje Svetlost . Accompagnati dal group leader Davide, i partecipanti Donatella, Gianvito, Lucia, Maria Giovanna e Marianna, provenienti dalle città di Altamura, Fasano e Taranto, hanno esplorato un legame tanto affascinante quanto spesso sottovalutato: l’influenza dell’architettura degli spazi in cui viviamo che modella la nostra identità personale e culturale.
Nell'ambito del progetto abbiamo utilizzato l’educazione non formale, fatta di laboratori, giochi di gruppo e momenti di confronto, per riflettere sulle nostre tradizioni e sui nostri valori. Siamo partiti quasi tutti senza aspettative, semplicemente perché della Serbia si parla pochissimo nei nostri media. All’arrivo siamo stati accolti da Jelena, la leader serba del progetto, che ci ha guidati e ci ha divisi nei “Family Groups”, i team misti con cui avremmo collaborato per tutta la settimana insieme a ragazzi provenienti dalle associazioni di Montenegro, Macedonia, Polonia e Serbia.
Fin dai primi giorni il confronto è stato visivo e culturale. Ogni Paese ha presentato l’architettura di casa propria attraverso un filmato e noi abbiamo mostrato i trulli, la città di Taranto, i claustri di Altamura, finanche una profonda grotta accessibile solo agli speleologi nei pressi di Cassano delle Murge, coinvolgendo gli altri in un gioco in cui dovevano disegnare i nostri luoghi o reperti archeologici partendo solo da una descrizione a voce.
Esplorate le differenze e le cose in comune tra i paesi coinvolti, siamo passati ad attività aventi a che fare con la conoscenza del nostro continente e dei progetti promossi dall’Unione Europea estesi anche ai partner candidati all’ingresso nell’UE.
Il momento più atteso è stato la visita a Belgrado, anche se le cose non sono andate esattamente come immaginavamo. A causa di forti manifestazioni politiche in corso, di cui i telegiornali italiani non avevano mai fatto parola, il centro città era inaccessibile. Nonostante ciò, Jelena ha saputo organizzare la giornata preparandoci delle guide cartacee, focalizzate sulle opere brutaliste (movimento architettonico che rivaluta le esigenze funzionali, ne predilige alcuni tipi di materiali rustici come il calcestruzzo ed esibisce volutamente gli elementi tecnici e strutturali della costruzione), e proponendoci un gioco Bingo fotografico per le strade. Abbiamo, dunque, esplorato i famosi: Blocco 1, Blocco 2, Blocco 45, il Blocco Bežanija, ovvero i quartieri schematizzati della città periferica, e la massiccia Genex Tower, una colossale torre brutalista alta 35 piani che domina lo skyline del quartiere di Novi Beograd.Il giorno successivo abbiamo vissuto un’altra esperienza immersiva a Šabac, la città in cui alloggiavamo: una passeggiata in cuffia ascoltando un’audioguida preparata dal team, che toccava argomenti delicati e profondi capaci di far riflettere sulla storia e l'anima del posto.
Vedere il brutalismo dal vivo ha ribaltato molte delle nostre prospettive. In Italia siamo abituati a spazi pieni di colori e stili architettonici stratificati nel tempo; lì ci siamo ritrovati immersi in blocchi di cemento enormi e completamente grigi. Eppure, la sorpresa è stata scoprire che intorno a quei palazzoni lo spazio è apertissimo, pieno di giardini e aree verdi immense. Camminare in quel contesto ci ha fatto provare una sensazione strana, quasi di essere "pesci fuor d’acqua", ma ci ha anche aperto gli occhi su un modo completamente diverso di concepire la quotidianità. Il progetto ci ha spinti a mettere in gioco anche le nostre tradizioni.
Durante l'immancabile serata internazionale, oltre a condividere taralli e salsiccia secca, ci siamo chiusi nello studio di Jelena per preparare un tiramisù espresso, andato a ruba. Negli ultimi giorni, la riflessione sull’architettura si è fatta concreta: nei nostri Family Groups abbiamo collaborato per realizzare un modellino tridimensionale che fondesse elementi culturali di ciascun Paese, esponendo poi le nostre opere in una vera e propria esibizione finale. Dalle risposte emerse nel gruppo alla fine del percorso, è apparso chiaro che questa esperienza ha ridefinito il nostro concetto di identità. Non la vediamo più come qualcosa di statico e puramente individuale, ma come un mosaico in continua evoluzione, influenzato dall’ambiente, dalle relazioni e dal contesto sociale.
Lavorare in un ambiente internazionale, affrontando anche il divario anagrafico tra i 16 e i 22 anni, ci ha insegnato l’apertura mentale e la flessibilità necessarie per modificare le nostre idee ascoltando quelle degli altri. Inoltre, toccare con mano le tensioni sociali e le proteste in Serbia ci ha fatto riflettere su quanto la nostra conoscenza del mondo sia spesso parziale, filtrata e incompleta se non ci si espone direttamente alle esperienze in prima persona. Al ritorno abbiamo portato a casa lo Youthpass, il certificato ufficiale europeo che riconosce le competenze trasversali acquisite (lavoro di squadra, comunicazione interculturale e spirito di adattamento), utilissimo per il nostro futuro professionale. Ma il guadagno più grande è stato umano. Questo scambio finanziato dal programma Erasmus+ è stato molto più di un viaggio: è stato un mattone fondamentale per renderci cittadini europei più aperti, consapevoli e attivi. (foto: Maria Giovanna Calderoni)

